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Contributo in preparazione del Congresso Provinciale Stampa E-mail
Atti ufficiali - Partito
Scritto da Redazione   
Giovedì 26 Novembre 2009 16:37
Orientamenti e contributi in preparazione del Congresso Provinciale
del PARTITO DEMOCRATICO BERGAMASCO

 


1. Rilanciare una cultura della democrazia nella crisi

A due anni dalla nascita del partito democratico, avvertiamo che siamo solo agli inizi di un progetto importante che ci impegna a costruire un partito capace di essere interprete attento e lungimirante dei bisogni e delle domande della comunità bergamasca ed in grado di strutturare una proposta programmatica politica e culturale che sappia rispondere in modo organico ai suoi problemi ed alle sue aspettative.
La strada che abbiamo intrapreso non è di certo facile: il PD bergamasco opera in un contesto sociale e politico in cui i suoi valori e le sue proposte sono minoranza.
Noi siamo convinti che l’innovazione e la modernizzazione siano fattori essenziali per evitare il declino economico-produttivo della nostra provincia e per dare alle nuove generazioni prospettive di lavoro e di sviluppo sociale. Bergamo non deve arroccarsi, chiudersi per difendersi dal nuovo che avanza: la sfida della globalizzazione non può essere subita, ma deve essere accettata per trasformala in nuova opportunità di sviluppo e per consolidare un ruolo significativo in quella vasta “città metropolitana” che è la Regione Lombardia, nel Paese e in Europa.
Tutto ciò potrà pienamente avvenire solo se congiuntamente si promuoveranno scelte e pratiche ispirate ai valori della coesione sociale, della solidarietà, della responsabilità verso chi è in difficoltà, dello sviluppo ecologicamente sostenibile, della centralità della scuola e della formazione come strumento di crescita e di promozione dell’uomo e del lavoratore, del principio di sussidiarietà inteso come compenetrazione e sinergia tra pubblico e privato nella programmazione dei servizi alla persona (e non antitesi o sostituzione del privato rispetto al pubblico), anche se siamo ben consapevoli che fanno fatica ad affermarsi nelle politiche e nel dibattito politico locale e a diventare maggioranza nel sentire della nostra gente.
Questa crisi dei valori del riformismo ha origine in una più complessiva crisi dell’idea di comunità e dell’idea che esista un bene comune che sia l’obiettivo da perseguire con l’azione politica ad ogni livello.
Le nostre comunità presentano aspetti di fragilità e debolezza che condizionano gli uomini e le donne che le abitano creando un sentimento di chiusura e di diffidenza rispetto alle dimensioni del pensare e dell’agire come un “noi” piuttosto che come tanti “io” frazionati e separati dagli altri che cercano sicurezze per sé. Le tensioni ideali, i progetti che muovono gli uomini della nostra terra spesso non sono i sogni di una collettività in cammino, nelle quali si comprendono anche le naturali aspirazioni di realizzazione del benessere personale proprio e di quello familiare. La verità è che si fa fatica a riconoscersi in uno scenario comune di riferimento.
Da una parte il mondo del lavoro è caratterizzato da un impetuoso cambiamento, di cui sono segni contrastanti la scomparsa delle grandi unità produttive e la crescita di un ricco tessuto di piccole imprese, un’elevata diversificazione delle figure professionali e la messa in soffitta della figura del tradizionale lavoratore dipendente, il valore dell’auto- imprenditorialità diffusa e la abnorme presenza del precariato. Dall’altra le nostre comunità territoriali sono percorse da rapidi mutamenti che ne cambiano la fisionomia: il fenomeno dell’immigrazione, la sempre maggiore diffusione del pendolarismo, la scomparsa della vitalità dei centri storici in favore di giganteschi centri commerciali crea forti problemi di costruzione dei legami tra le persone e del senso di appartenenza ad un territorio.

 

2. Un Partito democratico consapevole della responsabilità della politica

A Bergamo negli ultimi dieci anni sono cresciute, insieme ricchezza, sviluppo e povertà, difficoltà di molte famiglie e molte persone: questo avviene se viene indebolito il legame di convivenza e di reciprocità, se nei comportamenti e negli stili di vita domina la smania del denaro, se le politiche hanno scarso impatto.
Anche nella nostra terra pare soffiare il vento della cultura della prestazione e del successo ad ogni costo e della colpa: chi non riesce, è in difficoltà, è nell’incertezza e nella precarietà o è incapace (ed è colpa sua) o è sfortunato (e va assistito).
Senza alcuna pretesa di verità ma con spirito laico di ricerca e di riflessione, noi riteniamo che si costruiscano le fondamenta solide di una società aperta e moderna solo se si riesce concretamente a coniugare impresa con responsabilità sociale, formazione e ricerca con sviluppo di ognuno e di tutti, attenzioni alla cura con promozione di persone e famiglie. Iniziativa (in campo economico e non solo), autonomia, cura, vita comune non sono dimensioni contrapposte e alternative, neppure distinte e senza legami, o da assumere in successione. Sono profondamente intrecciate: la tessitura va promossa e garantita dalla politica.
In un contesto in cui sono in crisi gli stessi concetti di comunità e di territorio attraversati da forze disgregative, anche l’idea alta e nobile di politica intesa come servizio e cura verso la propria collettività e capace di superare gli interessi particolari e gli egoismi dei singoli o dei gruppi in nome del bene comune non sembra godere di buona salute. D’altra parte sono gli stessi cittadini, che si sentono in balia di trasformazioni più grandi di loro e che sembrano ingovernabili, ad avere sfiducia nella politica come forza in grado di governare ed indirizzare il cambiamento, capace di pensare e costruire un futuro migliore per tutti.
Bergamo e la sua provincia portano dentro di sé ambivalenze e tensioni diverse. Restano realtà e territori innervati di forme di esistenza responsabile e comunitaria: progetti condivisi, imprese con responsabilità verso territori, lavoratori e famiglie, economia di comunità, esperienze di mutuo aiuto e accoglienza, politiche e sostegno di famiglie.
Ma insieme sono cresciute: la forbice tra i ricchi e quanti sono vicini al limite dell’incertezza (specie nella crisi); la deriva e la delega assistenzialistica là dove c’era un patrimonio di esperienze e progetti di inclusione e promozione, i miti consumistici, mercantili, la loro ostentazione, spesso legate a forme nuove di ostilità o disprezzo per chi è marginale o agisce nella vicinanza alla marginalità.
Ambivalenze e tensioni forti, ben visibili anche nei bilanci pubblici, nell’uso delle risorse. Nella crisi attuale li ritroviamo presenti anche nelle strategie di fronteggiamento, nel confronto attorno ai tavoli che si son creati (o che faticano a essere promossi) a livello provinciale e territoriale.
I richiami a cultura, formazione d’eccellenze e ricerca che avvertiamo spesso nei dibattiti non han trovato e non trovano grande riscontro nella valorizzazione del lavoro, delle competenze e delle professionalità. Neppure nel serio sostegno alla formazione, all’università, ai centri d’eccellenza pure presenti nel nostro territorio.
La politica al contrario è sempre più concepita come gestione dell’esistente, soluzione dei problemi del breve periodo senza la preoccupazione delle ricadute che le scelte dell’oggi avranno sul domani. Manca una visione d’insieme che sappia leggere la complessità dei problemi che una comunità ha davanti e programmare piani d’azione e d’intervento che diano risposte coerenti e di prospettiva.
Fare politica partendo dalla complessità dei problemi e dalla necessità di un meticoloso lavoro di ascolto e di comprensione per proporre soluzioni serie ed efficaci è difficile perché si è convinti che non porti frutti immediati e dunque non produca consenso nel breve o medio periodo. Molto più facile risulta l’esercizio di una politica degli annunci, che emana provvedimenti di sicuro effetto mediatico anche se, alla prova dei fatti e nel tempo, inefficaci.
Quali energie vengono richiamate e attivate perché “muovano” la convivenza, le relazioni nelle nostre comunità dalle culture politiche e dalla scelte politico-amministrative?
Le energie grezze pericolose della volontà di potenza, della paura, dell’affermazione di sé e dell’avversione per chi è altro, del disprezzo per chi è fragile, dell’ambizione smodata e senza rispetto, del peso della massa indistinta, del consenso acritico e umorale, del vincere e far perdere?
L’energia mite e forte della libertà di pensiero e della responsabilità, della passione civile, della cura e della reciprocità, dell’attenzione alle generazioni future e alla sostenibilità delle scelte, del riconoscimento dell’altro e del progetto condiviso, delle solidarietà creative e dell’autonomia sussidiaria nella vita sociale, dell’amore nonviolento e del generare senza escludere?
Il Partito Democratico deve sviluppare proposte e politiche, oltre che una attività nei territori politica e formativa, chiara negli indirizzi e nelle energie che richiama e promuove.



3. Una politica che deve riuscire a vedere

Le trasformazioni epocali che attraversano la nostra terra hanno depositato nella vita quotidiana di molte persone e molte famiglie numerose criticità: la pressione alla prestazione a un minimo di assicurazione sul futuro prossimo, la tensione a non perdere opportunità, l’obbligo alla prestazione, lo sfinimento dei legami sociali, mobilità e tempi di vita stressati.
Queste modificazioni hanno prodotto da una decina d’anni a questa parte la crescita di nuovi problemi che eccedono e spiazzano le tradizionali categorie di lettura dei servizi e delle amministrazioni, quelle con cui il sistema di welfare ha decifrato e avvicinato per decenni i problemi delle persone e delle famiglie (e che proprio per questo diventano “invisibili”).
Questi nuovi disagi “invisibili” sembrano manifestarsi soprattutto in una ben precisa fascia sociale. Una fascia, che con qualche approssimazione potremmo definire “ceto medio impoverito”, anch'essa in silenziosa e veloce espansione e trasformazione.
Ci riferiamo a persone che, pur avendo una casa, un titolo di studio e un reddito, incrociano eventi esistenziali che -a motivo della scarsità di risorse culturali e/o relazionali-, finiscono per collocarli rapidamente ai confini della convivenza (è il problema ormai molto diffuso della quarta –a volte terza- settimana).
Pensiamo ad esempio: all’insorgere improvviso di una malattia o di una situazione di invalidità permanente in chi rappresenta la principale fonte di reddito in una famiglia; all'uscita, anche temporanea, dal mercato del lavoro di persone intorno ai cinquant'anni; alla situazione di anziani che invecchiano senza avere figli in grado di sostenerli; a donne separate con figli e con poche reti parentali e sociali; a coppie che passano improvvisamente dal poter contare su due genitori in grado di accudire i figli al dover fare i conti con due genitori invalidi da accudire.
L’area degli ‘invisibili’ sta sviluppando, rispetto al rapporto con le istituzioni e coi soggetti sociali e politici attivi, uno schema di lettura più binario che mai: noi/voi, dove noi sta per "poveri cittadini colpiti da nuovi disagi e nuove povertà che nessuno riesce a vedere e comprendere” e voi sta per “ quelli che si fanno le cose loro con i soldi pubblici", dove all'interno delle cose loro stanno tutti i tipi di progetti sociali che, ancorchè partecipati, non prevedano una co-costruzione iniziale degli obiettivi con i destinatari, e dove tra i quelli vengono collocati alla rinfusa: Stato, enti locali, aziende sanitarie locali, cooperative sociali, volontariato organizzato, imprese sostenute dalle politiche economiche.
I vulnerabili rischiano di essere “in ritiro dalla cittadinanza” e dalla fiducia verso istituzioni e convivenza.
Ci troviamo in questo modo al centro del principale problema politico della democrazia attuale: la ricostruzione di legami sociali dotati di senso, di rapporti faccia-a-faccia all’interno di comunità in cui ci si riconosce, vale a dire dell’humus in assenza del quale quel fragile, complesso e recente esperimento che chiamiamo "democrazia", rischia di ridursi a un vuoto guscio giuridico permeabile a qualsiasi avventura.
Tutto ciò richiede attenzioni congruenti con la delicatezza dell’obiettivo; per mettere in circolo nuove risorse nella comunità locale non è sufficiente la buona volontà o una mobilitazione generica; occorre una strategia intenzionale e vigile, un ascolto attento e una delicata assunzione e rielaborazione delle molte ambivalenze, delle tentazioni verso la delega, l’accentramento o la protesta generica che attraversano abitualmente cittadini, operatori e amministratori coinvolti.


4. Un Partito capace di nuovi stili e modalità d’azione politica

Se questo è l’orizzonte di riferimento, il Partito Democratico bergamasco ha un compito impegnativo ed ambizioso: lavorare per affermare una diversa idea di politica, elaborare un programma di governo dei paesi e delle città che si basi sui valori del riformismo al fine di ricostruire, ritessere si potrebbe dire. le nostre comunità spesso disgregate affinché prevalgano sentimenti di speranza e di fiducia e il desiderio di tornare a riabitare gli spazi pubblici.
Questo impegno deve condurre il partito a lavorare non solo in vista delle campagne elettorali, compito questo comunque fondamentale, ma anche considerando tempi più lunghi come sono quelli legati ai mutamenti culturali: i valori in cui crediamo, l’idea di politica e di governo della complessità che propugniamo, devono essere portati nel tessuto sociale attraverso un’attività costante e di graduale e progressivo radicamento del partito nei territori, un’attività di formazione e di sperimentazione .
Per essere all’altezza di questo compito serve un partito moderno, che si presenti nell’agone politico con nuovi stili e nuove modalità di fare politica. Non dobbiamo dimenticarci che il nostro partito ha sperimentato con straordinario successo le primarie e che il successo di questo strumento di partecipazione è derivato dal fatto che ha suscitato nella nostra gente la speranza ed il segno tangibile che fare politica prescindendo dai vecchi schemi è possibile, così come è possibile costruire un partito aperto alla società civile ed alla comunità intera piuttosto che chiuso ai soli tesserati. Pochi giorni fa, il 25 ottobre scorso, circa 3 milioni di italiani hanno dato una formidabile investitura democratica al percorso che ha condotto PierLuigi Bersani alla guida del PD.
Da ciò dobbiamo trarre un’importante indicazione circa la strada da intraprendere nel nostro cammino futuro: deve essere quella di costruire un partito aperto ai cittadini che devono essere consultati ed interpellati per le candidature alle cariche politiche elettive e a quelle partitiche più significative, e che devono essere coinvolti nelle scelte programmatiche di fondo e sulle priorità della nostra azione politica.
Partito aperto significa anche e soprattutto un partito che ascolta i problemi e le esigenze che le comunità territoriali esprimono; i valori che il nostro partito incarna devono essere calati e mediati nelle varie realtà territoriali. Per fare questo bisogna ascoltare quali sono i problemi e le necessità delle persone e dei gruppi e dei soggetti che abitano le nostre comunità e imparare costruire insieme a loro le strade da percorrere.
Dobbiamo evitare il partito autoreferenziale e comprendere invece che con la sola nostra intelligenza e iniziativa non riusciremo a dare tutte le risposte alle domande di un territorio; dobbiamo invece incontrare il punto di vista di quanti, al di fuori della realtà dei partiti, operano in essa.
Solo così la politica del Partito Democratico sarà realmente al servizio delle persone, a partire da coloro che sono deboli e fragili, perché partirà proprio dai problemi e dagli ostacoli di chi ogni giorno vive, abita e amministra le comunità cercando soluzioni concrete e condivise.
Ma per sostenere questo serve un partito delle competenze, dei saperi, delle professioni, radicato tra soggetti sociali ed economici, con una visione ampia e concreta della realtà, un partito moderno che sappia utilizzare l’esperienza degli Amministratori e che rompa con la tradizione del partito degli apparati e delle decisioni di pochi “addetti ai lavori”.
Per perseguire questa finalità dobbiamo anche costruire un nuovo modello di circolo capace di essere laboratorio di ascolto, di dibattito e di partecipazione. e poi di decisione e di supporto alle politiche amministrative.
Il circolo del PD deve essere sentinella che coglie i segni dei cambiamenti e dei mutamenti che attraversano la comunità di riferimento e attore che prospetta soluzioni. Il circolo deve essere anche luogo dove si tessono legami e relazioni tra iscritti e simpatizzanti e le altre associazioni che operano nella comunità anche attraverso attività di formazione ed informazione d’interesse per tutti i cittadini. Un luogo ”esperto” (ricco di informazioni e conoscenze) e un luogo di riflessione sulla convivenza e i suoi problemi. Un laboratorio di idee e progetti.
Le sfide che la complessità del quadro economico, sociale e politico ci pone ci obbliga a pensare ad un partito collegiale piuttosto che un partito del leader. Deve essere però chiaro che la collegialità è al servizio della capacità di decidere e non un alibi per ritardare o rinviare.
Nei prossimi anni il partito dovrà condurre battaglie culturali e politiche sia fuori sia dentro le amministrazioni locali e dovrà relazionarsi con un territorio vasto e complesso in cui operano una pluralità di attori sociali con la consapevolezza che, come dimostra il recente risultato elettorale, la strada è in salita.
Non c’è nessuna figura che da sola possa farsi carico di tutti compiti e che abbia tutte le sensibilità necessarie per affrontare tutte queste sfida.
Il futuro segretario provinciale dovrà contare su una squadra espressiva delle diverse sensibilità e competenze presenti nel partito che possa efficacemente coadiuvarlo nella sua funzione. Questa squadra deve essere coinvolta nelle scelte strategiche sulla vita del partito e cooperare lealmente con il segretario affinché non venga lasciato solo di fronte alle decisioni più impegnative.
Abbiamo inoltre bisogno di un partito che sia casa comune ed accogliente per tutti i suoi iscritti e simpatizzanti. Tutte le donne e tutti gli uomini che si pongono al servizio del partito lo fanno in nome di ideali e fini comuni; sono una risorsa unica ed imperdibile perché mettono con gratuità il proprio tempo al servizio di un’idea e di una passione che ci unisce e pertanto il loro ruolo va valorizzato, la loro opinione ed il loro sentire preso in considerazione.
Poiché la nostra comune appartenenza è il partito e la sua crescita al servizio del bene della comunità, e poiché fondamentale è sapersi presentare presso i cittadini e gli elettori con una proposta unitaria, deve essere naturale che la dialettica interna muova intorno ad un confronto serrato sulle idee e sul merito delle decisioni da prendere, piuttosto che su pregresse appartenenze o su legami pseudo-correntizi.
Pertanto la pluralità delle posizioni deve essere considerato un valore aggiunto della vita del partito e contemporaneamente uno stimolo alla ricerca della indispensabile sintesi unitaria, frutto di dibattito e non imposta dall’alto.


5. La “questione organizzazione”

I molteplici e ripetuti appuntamenti elettorali susseguitisi dalla nascita dal Partito Democratico hanno messo in secondo piano gli aspetti organizzativi del nostro partito, la cura e l’accompagnamento dei quadri dirigenti a tutti livelli, la informazione nonché il rafforzamento quanti-qualitativo dei circoli.
Per questo motivo, le primarie e il rinnovo della dirigenza provinciale del partito e la stagione di fronte a noi devono approfondire, progettare ed avviare il consolidamento organizzativo del partito, il suo radicamento nei territori e rilanciare le molte disponibilità e competenze raccolte attorno all’esperienza del Partito Democratico.
Obbiettivi e finalità prioritari della politica organizzativa dovranno, quindi, focalizzarsi sul mantenimento e la valorizzazione della risorsa rappresentata dalle persone che, a vario titolo e responsabilità, fanno e rappresentano il Partito Democratico.
Le donne e gli uomini del P.D. sono la risorsa più importante ed essenziale per la vita associativa del nostro partito; pertanto il gruppo dirigente che uscirà dal congresso dovrà impegnarsi perché ogni iscritto/dirigente si senta a casa sua; esprima capacità di governo e gestione delle dinamiche di gruppo; proponga modalità d’impegno interessanti e, per quanto possibile, coinvolgenti nei modi di lavorare (per progetti – per temi – per competenze); rispetti i tempi di maturazione delle scelte e delle persone offrendo loro gli strumenti adeguati e comprensibili del “fare politica”.
A tal fine si indicano alcune piste di lavoro attraverso le quali impegnare intelligenze, competenze e disponibilità peraltro già presenti nei dirigenti e nei militanti del P.D.
Censimento dei circoli con relativa mappatura geografica attraverso un questionario nel quale emergano dati, rilievi critici positivi e negativi, potenzialità e problematicità, attese e prospettive; riflessione su esperienze realizzate e modalità della presenza e del radicamento nella comunità e nel territorio.

Riorganizzazione delle zone sulla base dell’esperienza maturata in questi anni e considerando incidenza delle attuali suddivisioni istituzionali territoriali (Distretti ASL, Comunità Montane, Collegi elettorali, ecc.);

Costituzione della consulta permanente degli Amministratori comunali di maggioranza e di minoranza, mettendo a disposizione competenze nei campi:
• della finanza locale (patto di stabilità, redazione bilanci, opportunità e fonti di finanziamento),
• del settore delle Aziende, Società partecipate e privatizzazioni (multi utility, servizi in rete, ecc.),
• dell’informazione riguardanti le scelte legislative nazionali e regionali e le delibere dell’Amministrazione provinciale;
• della progettazione sociale partecipata per lo sviluppo delle politiche (sociali, educative, di gestione del territorio, di servizi territoriali)

Offerta di percorsi formativi ai vari livelli e nei territori privilegiando i bisogni censiti dai Circoli e dalle Zone e la qualificazione/aggiornamento degli Amministratori locali;

Studio e realizzazione di un pacchetto informativo e promozionale del partito che preveda:
a) l’avvio di un periodico trimestrale,
b) campagne informative finalizzate a presentare la posizione del partito su alcune tematiche di carattere territoriale e/o nazionale,
c) gestione del sito internet e facebook,
d) rapporti con la stampa;

Gestione delle risorse economiche: occorre porci seriamente il problema dell’autosufficienza economica (premessa per un’autonomia politica) sulla base di un bilancio di previsione che tenga conto degli obiettivi politici annuali e pluriennali del partito; occorre inoltre individuare da un lato le entrate certe derivanti dal tesseramento, ma nel contempo è decisivo recuperare una serie di contributi (a partire da quelli previsti dallo statuto) e sperimentare iniziative per l’autofinanziamento;

Anche gli organi di Segreteria, Direzione e l’Assemblea devono essere rivisitati alla luce dell’esperienza di questi anni, in particolare si indica:
• la segreteria operativa di 5 – 7 componenti con incarichi specifici;
• la direzione con un massimo di 30 componenti tenendo conto della rappresentanza territoriale, dei componenti le maggiori istituzioni, e di alcune personalità le cui competenze possono essere significative per il ruolo che riveste la direzione;
• l’Assemblea provinciale da riunire almeno una volta ogni due mesi (ordinariamente) composta da un massimo di 90 membri;
• la costituzione di gruppi di lavoro tematici (anche a tempo definito) quali supporti tecnico-politici agli organi del partito.

 

Cornolti Francesco, Facchetti Milva, Guerini Dario, Mirosa Servidati, Barbò Pier Angela, Barbò Regina, Benigni Angela, Bonfanti Claudio, Bonomi Anna Maria, Bonzi Manuel, Brembilla Marco, Burti Attilio, De Ponti Lucia, Fumagalli Patrizia, Leoni Giovanna, Lizzola Ivo, Locatelli Rosaria, Magni Paola, Malanchini Antonio, Manzoni Pier Angelo, Mussi Lino, Onori Francesco, Ornaghi Maurizio, Ravasio Cristina, Salvioni Carlo, Servalli Filippo, Simonetti Emanuele, Turani Ines,Varinelli Fiorenza, Vitali Marco

 

 
 
Partito Democratico Bergamo.
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