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Gabriele Riva: Progetto politico Stampa E-mail
Atti ufficiali - Partito
Scritto da Redazione   
Lunedì 30 Novembre 2009 16:30
PER IL CONGRESSO PROVINCIALE DEL PARTITO DEMOCRATICO

Introduzione

Abbiamo assistito ad una prima fase congressuale che ha portato nuovo slancio ed entusiasmo sul territorio, dentro e fuori dal partito: la nostra gente ha compreso e valorizzato questa importante occasione di partecipazione, discussione e confronto. Ma la sfida è solo all’inizio.
Nonostante lo sforzo importante di radicamento che ci ha consentito in questi anni di organizzare oltre cento circoli con quasi 4000 iscritti, non possiamo nasconderci i modesti risultati nel momento in cui la nostra proposta ha dovuto incrociare l’esame del voto sui diversi livelli.
Alle elezioni del 2009 il PD in Provincia di Bergamo ha raccolto il 16,7% alle europee (perdendo oltre un terzo dei voti raccolti alle politiche 2008) e il 15,6% alle provinciali. Cinque anni prima la lista dell’Ulivo aveva raccolto, alle europee, il 22,2%. Alle provinciali DS e Margherita, separati, avevano ottenuto il 17,2%.
Prima dell’ultima tornata elettorale il PD era al governo, in coalizione o all’interno di liste civiche, in 63 comuni della Provincia, tra cui il capoluogo e altri 7 comuni con più di 10.000 abitanti. Le amministrative 2009, nonostante alcune significative riconferme e alcuni importanti successi come ad Albino, hanno segnato la sconfitta del centrosinistra nel comune di Bergamo e in numerose altre realtà, riducendo a 40 i municipi in cui i Democratici sono forza di governo.
L’ineludibilità dei numeri ci dice che la forbice tra i risultati raggiunti e le potenzialità del nostro partito è ancora ampia e il tema deve essere migliorare lo “strumento” così da intercettare in maniera più pervicace i bisogni e le aspettative della società bergamasca.
Le ragioni della sconfitta sono profonde e riguardano dinamiche di cui il nostro territorio è solo piccola parte. Tradimento dell’ispirazione originaria e scarsa coesione interna sono sicuramente stati elementi pesanti per la perdita di consenso ma da questa fase congressuale, dai circoli, dal territorio emerge chiaramente l’insoddisfazione per la mancata riconoscibilità del nostro profilo riformista.
La questione identitaria, di una unità che si espliciti nella capacità di fare sintesi verso l’esterno e di avere una sola voce riconoscibile, è la questione fondamentale.
Se il partito democratico nasce dall’incontro in una comune casa riformista di storie e culture politiche differenti, è giunto il momento che questa casa, dopo il percorso di costruzione delle fondamenta, abbia anche mura solide. E queste mura solide non possono passare dalla negazione di una o più storie ma dalla valorizzazione di tutti i percorsi in una logica di unità, il cui valore è maggiore della somma delle singole parti.
Il nodo politico culturale da cui partire quindi è l’unità nella pluralità; la sfida è il rafforzamento di un partito che sappia trovare strumenti, luoghi decisionali e percorsi per stimolare questa prospettiva.

Credo che un primo elemento importante per non rischiare una involuzione della discussione sia quello di ragionare parallelamente di metodo e merito: insistere sulle forme e sullo strumento è decisivo nella misura in cui si ha chiara la proposta per cui si lavora.
La discussione non può quindi prescindere dalla difficile situazione in cui versa il nostro territorio, una crisi che obbliga un partito popolare, che vuole governare il cambiamento sociale in atto, a riflettere soprattutto sul tema del lavoro. La provincia di Bergamo, sotto questo aspetto, rappresenta un importante banco di prova su cui misurare la capacità del nostro partito di dialogare con i diversi mondi che interagiscono nel complesso quadro del lavoro.
In un contesto sociale nel quale il blocco del centrodestra, appiattito sulle posizioni della Lega, cavalca le paure e le fragilità della gente, il nostro partito deve ricostruire una rete virtuosa di rapporti tra i cittadini e le istituzioni, deve avere il coraggio di proporre una proposta culturale alternativa, deve tornare a parlare di solidarietà e sussidiarietà orizzontale e verticale, mobilitando la società civile e le associazioni ma chiedendo a gran voce che ogni livello istituzionale si assuma le proprie responsabilità. Questo concetto di sicurezza, che non può risolversi soltanto nella paura del diverso, passa attraverso il controllo del territorio ma anche attraverso il potenziamento delle politiche sociali sul territorio.

Il nostro partito deve “ricostruire il proprio lessico” rispetto alle nuove esigenze e il tema di un federalismo virtuoso deve diventare occasione per ripensare, anche dall’interno, all’autonomia dei territori: la provincia dei circoli deve trovare sintonia con la provincia dei comuni.
Spesso, all’interno del partito, gli amministratori si sono sentiti più uomini di frontiera che parte viva e coscienza critica del nostro interloquire con la gente: una nuova proposta politica passa anche dalla capacità di farla attecchire a partire dalle amministrazioni locali.

Sul fronte dell’organizzazione, federazione, zone e circoli devono rispondere a questa logica di partecipazione e dignità dei luoghi decisionali. Per non svilire la discussione e il confronto è importante avere chiare le competenze specifiche dei diversi livelli e l’autonomia decisionale dei medesimi.
In questa logica di trasparenza dell’iter decisionale è fondamentale il concetto di merito che deve definitivamente superare quello di appartenenza, è importante la pubblicizzazione del bilancio (la trasparenza dei numeri è trasparenza delle idee), è decisiva anche se apparentemente ossimorica la “vicinanza della periferia” perché la realtà provinciale ha nel capoluogo un punto di riferimento sostanziale ma non può esaurire lì la propria agenda politica.

Tutte queste considerazioni non rimangono mere dichiarazioni di intenti se si traducono in buone pratiche.
I due pilastri su cui devono reggersi queste buone pratiche sono formazione e comunicazione.
La formazione deve occupare un posto di rilievo nell’agenda politica del partito perché è la condizione a priori su cui costruire l’innovazione politica, il terreno su cui fare germogliare le buone pratiche.
I processi formativi, interni ed esterni al partito, devono poi declinarsi in modo diverso a seconda dei fruitori: amministratori e dirigenti ai diversi livelli del partito ma anche semplici iscritti.
La società nella quale ci muoviamo è sempre di più una società dell’immagine e da sempre in politica la carica simbolica che accompagna le azioni ha un valore intrinseco fondamentale. Ecco perché la comunicazione assume un ruolo di primo piano nell’attività del partito.
Il tema comunicazione va declinato su due versanti: all’esterno perché il successo di una proposta è inevitabilmente legato alla possibilità di farla arrivare in modo chiaro a più gente possibile e non solo alla “nostra” (spesso il rischio è quello di parlarsi addosso…) e anche il radicamento del nostro partito passa dalla capacità di dialogare con tutti gli altri mondi facendo però in modo che i fruitori ultimi del messaggio politico e cioè i cittadini sappiano di questo dialogo; all’interno perché uno dei modi per cui si avvicina la periferia al centro è quello di garantire una comunicazione funzionale, che metta in un circuito virtuoso le informazioni e aiuti a estendere le buone pratiche di un territorio a più territori possibile.

Le assemblee di circolo e le primarie del 13 dicembre concluderanno questa lunga stagione congressuale. L’augurio è quello di un confronto sereno nei toni ma aperto e partecipato nei contenuti, che dia come risultato una classe dirigente all’altezza delle nuove sfide che la bergamasca propone e proporrà nei prossimi anni.
Non bisogna dimenticare che la vera sfida non è tra noi ma inizierà dopo il 13, quando tutto il partito insieme, ciascuno con le proprie responsabilità, dovrà lavorare unito a creare una proposta politica seria e convincente per questo territorio.


UN PROGETTO PER IL PARTITO DEMOCRATICO BERGAMASCO


PREMESSA


Da dove ripartire per fare di più e meglio. La necessità di un lavoro e di uno stile di squadra
L’ultima tornata elettorale per le elezioni europee, provinciali e comunali ha evidenziato in modo spietato quanto la proposta politica del Pd sia minoranza sul nostro territorio e quanto faccia ancora fatica a rappresentare i ceti produttivi e popolari della nostra provincia. Neppure il buon governo delle tante amministrazioni e liste civiche di area ha saputo reggere di fronte a tutto ciò, e oggi ci troviamo espulsi da molti processi di governo locale. Amministravamo 65 comuni della provincia di Bergamo e ne abbiamo persi 25, abbiamo raccolto il 16,7% alle elezioni europee e il 15,6 a quelle provinciali, risultati al di sotto di ciò che prendevano insieme DS e Margherita o le liste dell’Ulivo. Vi è in tutto ciò il limite di una lunga e difficile fase politica che il partito ha vissuto a livello nazionale, dalla caduta del governo Prodi alle dimissioni di Veltroni, e che ha prodotto passi indietro dal punto di vista elettorale soprattutto al nord e in Lombardia, dove il Pd ha comunque cercato di puntare sull’innovazione dei gruppi dirigenti e della proposta politica.
Nonostante tutto, in mezzo a queste difficoltà, siamo riusciti a vincere in grandi realtà come quella di Albino dove il Pd ha saputo contribuire ad un’esperienza di comunità che è riuscita ad interpretare una domanda di vicinanza e rinnovamento. Allo stesso modo vinciamo a Levate e ad Almenno S.Bartolomeo grazie al coraggio di investire sulle nuove generazioni, siamo capaci di mettere in campo Sindaci e nuovi Sindaci radicati e rappresentativi in paesi di medie e piccole dimensioni come Arcene, Canonica, Ciserano, Cortenuova, Entratico, Fara Gera d’Adda, Fonteno, Arzago, Lurano, Osio sopra, Pontirolo, Scanzorosciate, Villa d’Almè, Villa di Serio, solo per citarne alcuni. Siamo altresì presenti in numerose liste civiche e governiamo Comuni importanti come Nembro, Ponte S.Pietro e Treviglio che dovremo sostenere con il massimo impegno in tutto il periodo che ci separa dai loro appuntamenti elettorali. Insieme agli amministratori, dobbiamo riconoscere che quasi 4.000 iscritti e 117 circoli sono il segno di un Partito che è presente sul territorio, pieno di persone, giovani e con esperienza, disponibili a darsi da fare, che rappresentano un patrimonio che và valorizzato maggiormente. Infine, più di 30.000 persone che hanno partecipato alle primarie ci raccontano di un mondo che sta attorno a noi e che è disponibile a farsi coinvolgere.
Usciamo da due anni di luci ed ombre. Il partito c’è, le primarie hanno fra l’altro dato prova di una tenuta organizzativa che non si inventa da un giorno all’altro, ma questo non ci può bastare. Dobbiamo ragionare attorno alla qualità e non solo alla quantità della nostra proposta politica, e allo stesso modo va maggiormente coinvolto e valorizzato il territorio nella costruzione dell’iniziativa politica, nella selezione dei gruppi dirigenti, nella definizione delle candidature ad ogni livello. Possiamo anche dire che l’amalgama fra diverse provenienze c’è stata sia nella base che nei gruppi dirigenti, che la gestione del partito è stata condivisa e collegiale, che siamo stati capaci di evitare le divisioni che hanno lacerato altre realtà provinciali, ma anche che una lunga fase costituente che spesso non ha dato certezze sui luoghi della discussione e della decisione ha permesso che si moltiplicassero le sedi del confronto senza che ci fossero quelle per rispondere delle decisioni assunte e verificare il lavoro svolto da ciascuno. Tante volte siamo stati percepiti come un insieme di singoli e personalità, ma troppo poco come una squadra, e invece è proprio questo che a noi serve.
Partiamo da ciò che di buono abbiamo fatto per fare di più e meglio, e per non ripetere gli errori che abbiamo commesso. Ripartiamo dalla costruzione di una proposta politica e di gruppi dirigenti che, partendo dall’esito congressuale, più che il risultato di una trattativa tra un “noi” e “voi” o del riproporsi di vecchie e nuove appartenenze, siano pensati con l’attenzione a ciò che serve davvero al partito nei prossimi anni e alle cose da fare.

PRIMA PARTE
La bergamasca come parte della questione settentrionale del Pd
L’agenda per un’alternativa democratica

  • Fare società per sconfiggere la paura.
  • Dentro la crisi: rispondere al bisogno di protezione e sostegno di lavoratori e imprese
  • Per uscire dalla crisi: reti territoriali e qualità dello sviluppo per competere nell’economia globale
  • Dall’opposizione ad un’alternativa democratica di territorio: alleanze politiche e alleanze sociali
Il nostro obiettivo è quello di rappresentare per i bergamaschi una forza politica vicina, credibile e concreta. Fatichiamo ancora a parlare la lingua dei lombardi e dei bergamaschi: laboriosità, spirito imprenditoriale, solidarietà, responsabilità, e non ci ha certo aiutato l’immagine troppo romano centrica del partito a livello nazionale. Abbiamo bisogno di un partito federale, dobbiamo praticare l’autonomia più che invocarla, vogliamo costruire un nuovo rapporto con i ceti popolari e produttivi: lavoratori dipendenti, autonomi e precari, partite iva e microimprese, imprese-famiglie, studenti. Dobbiamo costruire un partito di territorio non solo a parole, ma declinando questo concetto tanto nella nostra proposta politica quanto nella struttura organizzativa.
L’esigenza di modernizzare il nostro sistema economico-produttivo per poter competere nello spazio globale e quella di prestare attenzione alle forme di convivenza di una società che cambia mettendo sempre meno al centro le relazioni solidali e la fiducia fra le persone sono i due binari lungo i quali muovere la nostra riflessione e la conseguente azione politica.
Fare società per sconfiggere la paura.
Quello della paura è il tema che più di tutti caratterizza il dibattito politico e sul quale la destra ha costruito in modo irresponsabile le sue fortune elettorali. Per noi rappresenta il vero nodo politico e culturale da prendere per le corna. Paura di perdere il lavoro, dell'immigrato, della criminalità, della povertà, della solitudine, della concorrenza estera, del futuro. Paura che porta alle ronde, a difendersi da soli, a rinchiudersi in casa, impauriti dagli altri che ti vivono vicini, che trasforma il bisogno di protezione e sicurezza non nella disponibilità e nella richiesta di più solidarietà sociale, ma in una competizione esasperata ed escludente che ci fa chiudere gli occhi davanti al nostro prossimo. Non faremo mai un passo in avanti su questo punto se da un lato rifiutassimo di vederlo oppure, dall’altro, omologassimo il nostro pensiero ai valori della destra.
Per vincere la paura abbiamo bisogno di “fare società”, di ricostruire processi di comunità, promuovere la responsabilità territoriale dei soggetti economici: sono questioni fondamentali legate a doppio filo con la nostra idea di modernizzazione e di sviluppo territoriale. Sono pezzi di una politica che riconosce l’insicurezza e lo spaesamento come elementi centrali di una irrisolta questione settentrionale e di un malessere profondo del nord. Nessuna crescita economica da sola potrà garantire sviluppo della società, convivenza tra soggetti diversi e livelli soddisfacenti di benessere, e tocca anche alla Politica, che da troppo tempo ha abdicato a questo ruolo, riconoscersi come uno dei soggetti che insieme ad altri deve volere, progettare e costruire questa dimensione.
E’ in questa cornice che trova posto la riflessione sulla povertà. La povertà è un fatto sempre più personale, slegato da ogni connotato di conoscenza comunitaria e sociale. Ed è soprattutto una condizione che riguarda in modo trasversale settori sociali molto diversi fra loro: gli immigrati, i precari, le persone che vivono in luoghi e quartieri con pochi servizi, le donne, i cinquantenni espulsi dal mercato del lavoro. Le stesse modalità di risposta ai bisogni, in particolare quelle legate alla logica dei buoni e dei voucher, confermano l’idea della povertà come fatto privato, legato alla storia dei singoli che da soli devono relazionarsi allo Stato e al mercato per trovare la soluzione dei loro problemi. Tutto ciò non fa che contribuire allo sfilacciamento delle relazioni sociali e all’individualismo esasperato. E’ significativo come nei dati della Caritas bergamasca, delle 30.000 richieste d’aiuto, 8.000 siano definite come “bisogno di essere ascoltati” rispetto alle richieste di pacchi alimentari (5.800), di indumenti (3.338), di lavoro (2.660) e di casa (1.586). Povertà materiale e solitudine personale: la questione è come si costruiscono reti di protezione che si facciano carico delle persone. Ed è un approccio culturalmente alternativo a quello della sola e semplice sicurezza: al netto della necessità di politiche che garantiscano l’ordine pubblico e che aumentino le sempre più scarse risorse allocate in favore delle forze dell’ordine a livello nazionale e locale, il nostro valore di riferimento non può essere quello di non avere preoccupazioni per l’altro, del disimpegno, dell’individualismo, ma la battaglia culturale per l’idea che solo se ci si mette insieme si può essere davvero sicuri, e, aggiungiamo, anche un po’ più felici.
Davanti ai flussi economici, migratori finanziari che trasformano i luoghi e producono spaesamento e sradicamento, il leghismo ha risposto investendo sui localismi, sulla riscoperta di un’idea di comunità basata sulla logica dell’amico/nemico e dell’inclusione/esclusione riuscendo ad intercettare domande e ansie sociali delle quali il centrosinistra si è accorto con un ritardo enorme. Ma se poi guardiamo alla gestione del territorio delle amministrazioni gestite da Lega e Pdl, vediamo il tratto comune di scelte (aumento vertiginoso di case e centri commerciali) che non fanno che contribuire al venir meno dei tratti territoriali, culturali e comunitari distintivi dei nostri territori. Si soffia sulla paura, si tiene la gente in casa, e l’identità diventa o qualcosa di passato e di mitico al quale richiamarsi oppure viene costruita tutta dentro la dimensione del consumo.
A noi tocca il compito ri-sintonizzarci con i luoghi, di costruire reti che siano insieme capaci di competere e proteggere, di riprendere il senso di un’identità aperta, di comunità includenti. Ricostruire un tessuto di comunità, fare società, oggi, non significa voltarsi all’indietro rimpiangendo qualcosa che appartiene al passato, ma accompagnare i nostri territori nella modernità senza che l’impatto con i flussi della globalizzazione producano strappi e ansie che rappresentano l’humus nel quale crescerebbe ancor di più il consenso populista e leghista. Promuovere relazioni sociali, cittadinanza attiva, reti civiche di partecipazione, sostenere gli innovatori sociali del terzo settore e del no profit e puntare sulla logica della sussidiarietà, riscoprire il valore del mutualismo e dell’autorganizzazione, puntare sull’integrazione fra i servizi, le famiglie, le persone, scommettere su un’idea di convivenza che si fa carico delle fragilità, delle incertezze, delle disuguaglianze. Sono punti fondamentali per la nostra agenda di governo locale. Significa, a ben guardare, riprendere il filo di una storia popolare che ha caratterizzato le nostre tradizioni culturali e politiche nelle quali, accanto ai valori della libertà e dell’uguaglianza, ha sempre avuto un ruolo il concetto di fraternità e di legame sociale.
Dentro la crisi: rispondere al bisogno di protezione e sostegno di lavoratori e imprese
L’economia mondiale ha conosciuto negli ultimi mesi il crollo più intenso del secondo dopoguerra, facendosi sentire ancora più forte sulle economie come quella bergamasca maggiormente basata sull’export e sull’industria. L’impatto sull’economia reale e sull’occupazione è stato ed è ancora pesante. Tantissime piccole e medie imprese così come grandi siti produttivi stanno lasciando a casa migliaia di lavoratori, migranti e precari che sono i primi a saltare e a rimanere ai piedi, artigiani e commercianti che faticano ad accedere al credito.
C’è un grande bisogno di protezione al quale la nostra proposta politica può e deve saper rispondere. In queste settimane abbiamo già dimostrato di essere sul pezzo, dal lavoro dei nostri parlamentari agli ordini del giorno presentati in diversi consigli comunali e in quello provinciale, alla capacità di stare fisicamente sulla strada e davanti ai cancelli delle fabbriche in crisi. Dobbiamo continuare così: un’opposizione concreta e propositiva dentro le istituzioni e un’iniziativa politica vicino alle persone in carne ed ossa. Proprio per questo nei primi 100 giorni successivi al congresso provinciale proponiamo un “viaggio” nei luoghi della crisi incontrando ogni settimana i lavoratori, le piccole e medie imprese, i commercianti, gli artigiani, le famiglie alle quali far sentire la nostra vicinanza e la nostra voce.
Fare rete nella crisi e per uscire dalla crisi. Questa dev’essere la strategia. Banche, imprese, provincia, comuni, università e tutti gli altri attori sociali insieme: solo così possiamo tener botta e uscire dalla crisi più forti anziché più deboli. Il “progetto Valseriana” e l’accordo con le banche per l’anticipo della cassa integrazione e sui mutui sono già un esempio positivo.
Le nostre proposte per l’immediato e il medio periodo ci sono tutte:
  • bisogna utilizzare tutti gli strumenti economici e finanziari attivabili per sostenere i lavoratori e le famiglie in difficoltà. In questo senso la responsabilità di implementare questi interventi è soprattutto dei Comuni e della Provincia, a partire dai prossimo bilanci di previsione, ma va anche condotta una battaglia dentro il Parlamento per rafforzare il fondo nazionale per le politiche sociali la cui previsione di ridimensionamento sfiora il 40%;
  • si devono sollecitare gli enti competenti ad estendere le agevolazioni attualmente previste dalle norme esistenti a favore dei lavoratori licenziati e privi di indennità di mobilità ai lavoratori dipendenti in Cig, Cigs o contratto di solidarietà, ai lavoratori dipendenti di imprese artigiane e commerciali e a quelli autonomi che hanno cessato l’attività in conseguenza dell’attuale crisi economica;
  • si deve aprire un confronto con le società erogatrici di servizi al fine di concordare nuovi tempi e forme di dilazione del pagamento delle tariffe per i servizi essenziali (acqua, gas, energia elettrica);
  • serve che vengano rivisti i criteri ed i limiti imposti dal patto di stabilità così da favorire le politiche di investimento pubblico degli enti locali e di sbloccare tutte quelle attività, anche legate alle opere pubbliche, che possono fare da volano per l’economia locale;
  • occorre aiutare le aziende a non disperdere le professionalità acquisite negli anni e a non smobilitare gli apparati produttivi;
  • bisogna investire sulla riqualificazione degli apparati industriali verso produzioni con un maggior valore tecnologico;
  • occorre che il sistema creditizio non faccia mancare le risorse alle imprese medio-piccole e alle famiglie in difficoltà;
  • si deve investire maggiormente nella formazione e riqualificazione professionale per la ricollocazione di determinate fasce di popolazione lavorativa espulsa dai processi produttivi;

Tutte queste policy devono trovare in un “tavolo strategico provinciale, come proposto anche dai sindacati, il luogo in cui essere condivise e governate. Registriamo che dalla Provincia, seppur con enorme ritardo e dopo le sollecitazione dei gruppi di opposizione, è arrivata la disponibilità ad un “gruppo di lavoro” con l’obiettivo di seguire una ad una le situazione di crisi. Lo riteniamo senz’altro un passo avanti, ma riteniamo che serva mettere in campo anche un coordinamento e un’agenda territoriale chiara e condivisa che si concentri sulle cose da fare da qui ai prossimi anni per rilanciare la capacità competitiva della nostra economia.
Per uscire dalla crisi: reti territoriali e qualità dello sviluppo per competere nell’economia globale
Occorre saper indicare una strada per il futuro. Per competere su scala globale saranno sempre più importanti le reti delle infrastrutture materiali e immateriali, il capitale umano, la possibilità di accedere a risorse scientifiche e tecnologiche prodotte dalle istituzioni della ricerca. Sarà decisivo il poter inaugurare un ciclo produttivo basato sull’economia verde e sulla crescita ecosostenibile e puntare decisamente sulle opportunità che l’economia turistica rappresenta. Il “saper fare” e la laboriosità scritte nella nostra tradizione insieme a politiche di forte consumo del territorio non possono più bastare per metterci al riparo dalla instabilità prodotta dall’internazionalizzazione dell’economia. Dal saper fare occorre passare al fare insieme, cioè, a quella idea di capitalismo delle reti che ha tra le sue qualità quella di poter avere un carattere “pubblico”, assumendosi responsabilità di carattere generale in materia di sviluppo economico e coesione sociale mettendosi insieme ad altri soggetti, fra i quali non possono non esserci la Politica e le Istituzioni. In questo senso una strategia di sviluppo locale deve mettere al centro la riflessione sul ruolo dei “beni collettivi” che rendono un territorio competitivo. Non siamo più nel tempo in cui un’azienda leader o un solo settore produttivo garantiscono di per sé la crescita economica, e, mentre ci adoperiamo nel richiamare alla loro responsabilità storica e territoriale alcune grandi esperienze imprenditoriali, occorre aver chiaro che è l’intera dotazione di infrastrutture di un territorio a determinarne la crescita. La centralità dei beni competitivi territoriali è il prerequisito dello sviluppo di un capitalismo delle reti socialmente responsabile.
Pensiamo all’Università e al veloce sviluppo degli ultimi anni: puntare sull’economia della qualità e della conoscenza non può prescindere dalla consapevolezza che è proprio questa la porta di quei saperi e di quelle conoscenze indispensabili per la modernizzazione del nostro sistema economico. L’Università è chiamata a proseguire il rafforzamento del proprio legame con il territorio, promuovendo nuove coerenze tra l’offerta formativa e la vocazione territoriale e offrendo il proprio contributo alla ricerca e ad essere partner di progetti pubblico/privati sul terreno della ricerca applicata e della brevettazione. Allo stesso modo il mondo della scuola risulta un partner fondamentale per aumentare il livello di formazione e professionalità dei nostri giovani che troppo spesso accedono precocemente al mercato del lavoro senza le necessarie competenza pagando un prezzo in termini di diritti e sicurezza. Guardiamo al ruolo sempre più decisivo che dovranno giocare realtà come Servitech e Kilometro Rosso nell’applicare la ricerca ai processi produttivi, anche del settore manifatturiero che deve rimanere centrale nella nostra economia. Pensiamo alla Camera di Commercio e ai tentativi di finanziare e indirizzare progettualità territoriali. Pensiamo al ruolo della banche, sia agli istituti tradizionalmente legati al territorio che hanno vissuto processi di aggregazione nazionale, ma in particolare alla diffusa rete delle banche di credito cooperativo che si è andata sviluppando nei vari distretti della Provincia. Pensiamo ai “brand” che possono caratterizzare e dare identità al nostro territorio, anche dentro un più deciso investimento sull’economia del turismo: da Bergamo Scienza alla valorizzazione di specificità artistiche, naturalistiche e via dicendo. Pensiamo alle reti satellitari e digitali, alla banda larga. Immaginiamo il ruolo che può essere svolto dalle utilities e dalla loro aggregazione. Guardiamo al ruolo della Fiera di Bergamo, dove il territorio rappresenta sé e le sue qualità di prodotto, provando a svolgere un ruolo non solo a valle del sistema produttivo vendendo spazi espositivi, bensì proponendo e promuovendo relazioni e reti internazionali oltre le mura della fiera. Pensiamo alle reti fisiche, le nuove infrastrutture viarie, gli investimenti sul trasporto su ferro (in particolare il collegamento con Orio, la Bre.Be.Mi, l’interconessione Pedemontana-Brebemi, la Gronda est ferroviaria Seregno-Bergamo, il raccordo ferroviario merci dell’Isola, le linee tramviarie per la Val Brembana e per il tratto Ponte-Albano) con le loro ricadute territoriali alle quali prestare la massima attenzione. E ancora, al ruolo del Nuovo Ospedale di Bergamo nella rete socio-sanitaria e alle opportunità ancora tutte da cogliere attorno al progetto di Porta Sud e alle funzioni di interscambio modale previste che, avvicinando maggiormente Bergamo alla metropoli milanese, potrebbero attrarre nel capoluogo ceti sociali professionali portatori di una domanda di maggiori servizi e qualità. Dentro questo quadro trova posto la riflessione sulle sinergie richieste per agganciare il treno dell’Expo, l’Esposizione Universale che si terrà a Milano dal 1° maggio al 31 ottobre 2015, un evento che può rappresentare un importante volano per il rafforzamento delle potenzialità dell’economia dell’intera regione lombarda. La bergamasca è un polo territoriale strategico per la buona riuscita dell’evento e per la rilevanza del proprio patrimonio storico, artistico, culturale, ambientale nonché per il ruolo nodale che ricopre nel contesto trasportistico lombardo a partire dall’aereoporto do Orio. Guardiamo perciò con attenzione a quanto la Provincia metterà in campo per favorire un coordinamento delle iniziative a partire dal Tavolo di coordinamento provinciale nel quale riteniamo di poter dare un contributo attraverso i nostri rappresentanti negli Enti Locali.

Dall’opposizione ad un’alternativa democratica di territorio: alleanze politiche e alleanze sociali
Sono questi i temi della nostra agenda di lavoro sui quali costruire un’identità chiara e riconoscibile per il Pd bergamasco, a partire dalla campagna elettorale per le prossime regionali. Sono queste le basi programmatiche sulle quali costruire una nuova cultura e un nuovo schema di alleanze locali partendo dalle forze di opposizione all’alleanza Lega-Pdl. Ci abbiamo già provato durante i mesi che hanno preceduto la definizione delle alleanze per le elezioni provinciali. Occorre continuare in quella direzione per costruire un’alleanza territoriale che si ponga come alternativa all’attuale maggioranza e che sia capace di coinvolgere le forze sia politiche che civiche disponibili a cominciare questo percorso. Al tempo stesso, il Pd, accanto alle alleanze politiche, deve saper costruire “alleanze sociali”, mettendosi in relazione con quei mondi del volontariato, della cultura, del terzo settore, del sociale, delle nuove professioni, dell’ambiente, del sapere ai quali troppo spesso ci siamo limitati a chiedere consenso e candidati di bandiera senza la capacità di offrire un vero proprio terreno di incontro culturale dal quale far nascere un nuovo orizzonte di progresso per la nostra terra.

SECONDA PARTE


Costruire il partito

  • Il partito come comunità di persone
  •  Il partito nel territorio: Circoli, Zone, Amministratori

 

  • Laboratorio di formazione
  • Una comunicazione più efficace

 

  •  Le risorse economiche
  • Le Feste Democratiche


UNA COMUNITA’ POLITICA NELLA QUALE E’ BELLO STARE INSIEME
Un partito è un’associazione di persone che liberamente decidono di fare politica insieme. Se in questa associazione non c’è la capacità di produrre familiarità, consonanza, amicizia, prima o poi vengono meno anche le ragioni dello stare insieme. Puoi credere fortemente in una proposta politica, ma se non ti ci trovi bene nel posto in cui sei chiamato a praticarla, prima o poi decidi di fare un passo indietro o di fermarti un giro. La prima cosa che può dar gusto a questa nostra esperienza è sentire di stare in una squadra, percepire che c’è un meccanismo per cui ci si aiuta e si lavora insieme. Dobbiamo prestare molta attenzione a queste dimensioni, perché se manca la collegialità umana e politica non si può pretendere che scatti la solidarietà, e se un partito non è solidale al proprio interno, rischia di sbandare paurosamente alle prime difficoltà. Per questo dovremo dare massima attenzione anche alla qualità della vita interna, alla capacità di fare memoria dell’insegnamento e dell’esperienza dei più anziani, alla valorizzazione dei volontari, alla capacità di ascoltare le giovani generazioni, il punto di vista di genere, la promozione delle pari opportunità.

IL PARTITO NEL TERRITORIO
Il Partito che vogliamo costruire è lo strumento a sostegno della nostra idea e proposta politica. Il nodo è il radicamento sociale del partito, e quindi il rapporto fra partito e società. L’innovazione dev’essere la nostra stella polare.
Abbiamo bisogno di gruppi dirigenti autorevoli e snelli, che devono essere convocati per discutere ma soprattutto per decidere. Dobbiamo continuare la messa a terra del partito sul territorio. Gli strumenti di partecipazione messi in campo in questi anni hanno dato in alcuni casi risultati positivi, ma troppo spesso la partecipazione è stata lasciata a sé stessa, scollegata da un principio di responsabilità e senza verificare puntualmente la possibilità reale di incidere sulla linea politica del partito. Ogni persona alla quale verrà affidata una responsabilità dovrà presentare un progetto con gli obiettivi e le modalità per raggiungerli e dovrà rispondere del suo lavoro in modo chiaro e trasparente. Bisogna fare di più e meglio, riprendere il filo di un radicamento territoriale inteso sia come condivisione di responsabilità e costruzione dell’iniziativa politica, nonché come coinvolgimento nella fase decisionale sulla linea politica, le candidature e le nomine.
Il vero obiettivo è radicare il partito, il che significa essere presenti nel vivo dei processi e dei conflitti territoriali che producono e orientano le opinioni e che indirizzano le scelte elettorali. Serve un radicamento sociale più profondo: così come la Lega decide di aprire l’assessorato per la sicurezza in via Quarenghi scegliendo di stare fisicamente dentro un conflitto nel quale marcare nettamente la propria posizione, così per noi la sfida è mettere radici nei luoghi e nei conflitti nei quali vogliamo svolgere una funzione, a partire dai luoghi del lavoro dove dobbiamo avere il coraggio di aprire i circoli del Pd e nei quali oggi più che mai dobbiamo saper portare il nostro punto di vista.

GLI AMMINISTRATORI
Per raggiungere questi obiettivi devono assumere un ruolo centrale tutte quelle persone che hanno o hanno avuto responsabilità e ruoli amministrativi nei nostri Comuni. Soprattutto oggi che siamo stati espulsi da molti processi di governo locale abbiamo il dovere di rendere protagonisti gli amministratori delle scelte del partito. A questo proposito riteniamo utile operare in due direzioni.

  • Sul territorio: coinvolgere in modo permanente negli organismi di zona figure amministrative che facciano da tramite tra l’iniziativa politica e quella istituzionale.
  • A livello provinciale:
  1.  istituire un vero e proprio Dipartimento Enti Locali con funzione di consulenza, servizio, elaborazione, coordinamento politico dei nostri amministratori di maggioranza e minoranza.
  2. Rilanciare il ruolo della Consulta degli Amministratori locali: un organismo di discussione, confronto ed elaborazione sui temi inerenti alle questioni politico-amministrative che coinvolge tutti gli Amministratori di maggioranza e minoranza del territorio bergamasco registrati nell’albo degli elettori di PD della provincia di Bergamo.


I CIRCOLI
I circoli sono le antenne, gli occhi, le orecchie e la voce del partito nelle nostre comunità locali. Proprio per questo, accanto alla figura del responsabile dell’organizzazione, pensiamo ad una responsabilità precisa (quella del Responsabile dei circoli) e ad un luogo (il Forum dei coordinatori di circolo), con il compito di monitorare, raccogliere e suggerire le buone pratiche diffuse sul territorio per farle diventare patrimonio comune.
La prima funzione di ogni circolo è quella di rappresentare il partito nel territorio o nell’ambito di riferimento. Ciò non significa che a loro tocchi solamente il ruolo di terminale organizzativo o di megafono di linee politiche decise altrove. Quella della rappresentanza è infatti una funzione squisitamente politica, che fa i conti con la capacità di essere aderenti al territorio portando dal basso all’alto le istanze più sentite che, mediate fra loro, possono costituire una visione d’insieme. Rappresentare significa “dare voce”, e per dare voce occorre essere capaci di ascoltare e comunicare. Ogni circolo ha la sua specificità, e insieme alle zone occorrerà intervenire per sostenere con gli strumenti possibili (economici, comunicativi ecc…) le loro iniziative.
La seconda funzione dei circoli è quella di essere luoghi di partecipazione, che è un tratto distintivo e identitario del nostro partito. La partecipazione va intesa in modalità e forme differenti e plurime: il voto alle primarie, la militanza quotidiana, l’iscrizione con impegno occasionale, l’attivazione per un singolo tema. A ciascuna di esse vanno date cura e attenzione, perché riconoscere la peculiarità di ciascuna persona che a noi si avvicina è il modo migliore per dimostrare rispetto e costruire una relazione stabile nel tempo.
Un Libro Bianco per i circoli del Pd. Pensiamo ad un percorso di RicercAzione che veda protagonisti in primo luogo i responsabili di circolo con il duplice obiettivo di costruire l’immagine che del Pd hanno i protagonisti delle nostre comunità locali e contemporaneamente rafforzare le relazioni esterne delle persone che nel partito hanno un ruolo di rappresentanza e responsabilità a tutti i livelli. Attraverso interviste e incontri coi rappresentanti significativi dei nostri territori (del sociale, dell’impresa, delle banche, del lavoro e via dicendo) vogliamo, costruire dei dati qualitativi che parlino di come il partito viene vissuto in ciascuna zona della provincia, di che interessi viene visto portatore, e partendo da quelli costruire campagne specifiche di comunicazione e iniziativa politica.
Poniamo infine una traccia di riflessione e lavoro aperta su una particolare funzione che i circoli potrebbero svolgere. Ci chiediamo se sia possibile immaginare che, accanto al compito che ci siamo dati, ossia quello di essere strumenti della democrazia rappresentativa, si possa anche essere da un lato strumenti di servizio al cittadino e dall’altro nodi di una rete che pratica una politica di cambiamento dal basso: pensare a delle sperimentazioni che vedano alcuni dei nostri circoli impegnati in attività di tipo informativo, di servizio e assistenza ai cittadini e dall’altro favorire azioni come il commercio equo, i gruppi di acquisto solidali, le reti locali di economia e tutte quelle pratiche nate per influenzare i meccanismi della politica e dell’economia che stanno coinvolgendo un numero sempre più alto di persone. Pensiamo che forse potrebbe essere un modo per aprire anche al nostro interno un dibattito sulla coerenza fra mezzi e fini, fra obiettivi politici a lungo termini e pratiche collettive quotidiane. E’ appunto una domanda aperta.

LE ZONE
Le zone devono avere tre funzioni: coordinamento, iniziativa politica, capacità di rappresentare il punto di vista territoriale nelle scelte provinciali. Le indicazioni emerse dalla Conferenza Organizzativa del 2008 ci avevano indicato una strada da seguire, ma se da un lato le scadenze elettorali hanno spesso costretto il territorio ad un lavoro prettamente da campagna elettorale limitando la capacità progettuale, dall’altro anche dal livello provinciale non si è creduto fino in fondo al ruolo politico delle zone. Occorre quindi ripartire da quelle scelte che avevamo fatto tutti insieme.
Per questo occorre essere chiari sulla valenze politica delle zone, che hanno il compito di costruire la nostra forza politica come aperta alla società, capace di vivere un rapporto di osmosi costante con ciò che ci circonda, stare là dove le cose accadono, dove i flussi trasformano i luoghi, cosa che rischia di non poter essere sufficientemente colta solo all’interno di una dinamica comunale. Anche dall’organizzazione delle zone intercomunali passa la nostra capacità di “stare sul pezzo” e di stare dentro le dinamiche territoriali. Non può infatti esserci un partito riformatore senza che il nostro rapporto con l’esterno diventi non l’eccezione, non la piuma sul capello, ma la struttura stessa del nostro modo di essere. Anche perché un orizzonte riformista non è dato una volta per tutte, ma è mobile, e non può che nascere da un rapporto stabile e continuativo con tutto ciò che a livello sociale ed economico si muove dentro i nostri territori. Ecco allora che la funzione politica della zona sta nelle cose, ed è venuto il momento di praticarla senza indugi. Sempre nella Conferenza Organizzativa 2008 erano stati suggeriti due strumenti:
“Il Progetto di zona”: che chiarisce obiettivi e modalità della politica locale inerenti alle condizioni materiali del territorio e sul quale si costruisce un patto, anche economico, tra zona e provinciale e tra circoli e zona;
“il Forum territoriale”: un appuntamento di grande relazione con i soggetti sociali ed economici del territorio;
Questi due strumenti potrebbero servire per stilare una sorta di carta d’identità del Pd sul quale costruire l’iniziativa politica e sul quale promuovere l’iscrizione al partito: “Vieni nel Pd perché vogliamo fare queste due-tre cose concrete e verificabili”.

I FORUM TEMATICI
I forum attivati in questi anni hanno avuto luci e ombre. Le cose positive sono state la capacità di coinvolgere energie non direttamente disponibili ad un impegno nei circoli e in alcuni casi di fornire al partito un’elaborazione di buon livello, ciò che è mancato è stato un chiaro collegamento a ciò che il partito discuteva e decideva. I forum non possono esistere “a prescindere”, vanno collegati ai percorsi di elaborazione e formazione del partito e vanno coordinati all’interno di un “Dipartimento Progetto”. A ciascun partecipante ai forum va reso evidente dove e in che modo la loro discussione può aiutare l’iniziativa politica del partito.

IL LABORATORIO DI FORMAZIONE POLITICA
Sulla formazione è stato attivato in questi anni un percorso serio e partecipato. Anche per il futuro abbiamo bisogno di continuare a offrire momenti e occasioni di formazione che coinvolgano gli iscritti del nostro partito. Per questo pensiamo a strutturare un Laboratorio di Formazione politica che dovrà aiutarci ad elaborare una cultura politica all’altezza della sfida che abbiamo davanti, a declinare il riformismo nelle realtà locali, fornire chiavi di lettura della complessità, formare al coinvolgimento e alla partecipazione, definire la nostra identità. Tutto ciò va fatto coinvolgendo le tante “competenze” che dentro e fuori il partito sono disponibili a darci una mano.

UNA COMUNICAZIONE PIU’ EFFICACE
Vi sono alcune forme più tradizionali di relazionarci con i cittadini (assemblee, bacheche, volantini ecc…) indispensabili per quel contatto personale che è una delle caratteristiche imprescindibili della nostra idea di politica, delle quali non possiamo fare a meno. Vanno inoltre recuperati degli strumenti di comunicazione periodica fra gli iscritti (notiziario interno ecc…) con l’obiettivo di mantenere viva la comunicazione e il dibattito interno.
Accanto a questo dobbiamo però saper rendere più efficace la nostra capacità di comunicare con l’esterno. Siamo infatti nel pieno della rivoluzione digitale che ha cambiato il modo di fare comunicazione politica, e la rete è uno degli spazi democratici nei quali occorre imparare a stare meglio e di più. Internet inoltre può essere uno strumento per rendere più diretto il rapporto fra dirigenti e base con l’obiettivo di condividere opinioni e scelte in modo più rapido e diretto.
Pensiamo in particolare ad alcuni progetti:

  •  investire risorse per accedere agli spazi di comunicazione politica delle Tv locali più diffuse nelle diverse zone;
  • portare la maggioranza dei circoli ad avere una propria pagina web;
  • aumentare il numero di iscritti con un indirizzo mail (oggi solo il 25%)

 

  • far nascere un notiziario interno da diffondere fra gli iscritti
  • pianificare campagne periodiche di affissioni di manifesti tematici
  • definire strumenti di comunicazione comune da far girare nelle diverse Feste Democratiche


LE RISORSE ECONOMICHE PER IL PARTITO
Le nostre idee possono camminare solo sulle gambe di una concreta organizzazione, e questa non può prescindere dalle reali disponibilità economiche del Partito.
Il nostro Partito si autofinanzia attraverso i seguenti canali:
- tesseramento
- contributi da parte degli eletti previsti dallo Statuto
- feste democratiche
- raccolta fondi
- eventuali stanziamenti del partito regionale a seguito dei rimborsi elettorali
Ciascuno di questi canali va seguito con attenzione e determinazione: le regole vanno rispettate da parte di tutti gli eletti, i circoli più in difficoltà vanno sostenuti dentro una logica di priorità provinciali, al tesoriere va affiancato un gruppo con lo scopo di studiare le modalità possibili di found rainsig, il tesseramento va fatto vivere come una cosa importante e non come una pratica scontata. Tutti questi obiettivi necessitano di un lavoro di gruppo che sappia con tempi certi progettare e verificare i risultati ottenuti.

IL CIRCUITO DELLE FESTE DEMOCRATICHE
Le Feste Democratiche sono un patrimonio da sostenere e ampliare. Esse parlano di noi, del nostro voler essere un partito di popolo, sono un modo per comunicare politica, per autofinanziarci, per far stare insieme generazioni diverse. Dalla nascita del Pd ad oggi il numero di circoli che è riuscito ad organizzare una festa è quasi raddoppiato, e anche la Festa provinciale, dopo una prima esperienza difficile da un punto di vista logistico ed economico, ha cambiato faccia ridimensionandosi, coinvolgendo numerosi iscritti di diversi circoli e arrivando al pareggio di bilancio.
Noi vogliamo che le nostre feste siano sempre più belle e sempre più numerose. Per questo vogliamo mettere in circuito le risorse umane e materiali per permettere ad altri circoli di strutturare delle nuove feste e per migliorare. Pensiamo in questo senso ad incontri periodici dei responsabili locali delle feste con l’obiettivo di condividere informazioni, buone pratiche e risorse strumentali.

Gabriele Riva 

 
 

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